Non si può scegliere ciò di cui si è fatti

sabato 24 luglio 2010 Pubblicato da tfrab 0 commenti

“Non si può scegliere ciò di cui si è fatti, siamo sputo e polvere spinti dai venti di un'altra generazione, ma la cosa peggiore è svegliarsi un mattino e scoprire che le nostre ossa sono inevitabilmente impregnate di quella stessa caducità che sarebbe dovuta morire con i nostri antenati, stesse speranze e delusioni e amori e debolezze, scoprire che siamo e saremo in eterno prigionieri delle loro brame contorte e dei loro ideali.”

(Vikram Chandra - Terra rossa e pioggia scrosciante)

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The Long Summer B Fagan

giovedì 3 giugno 2010 Pubblicato da tfrab 0 commenti

long summerSe “Armi, Acciaio e Malattie” di Jared Diamond era un tentativo, riuscito, di spiegare l’influenza fondamentale della geografia sulla storia umana, The Long Summer di Brian Fagan segue un percorso analogo, in una sorta di sequel che si concentra sugli aspetti climatici.

Secondo l’autore il clima è una causa tanto importante quanto trascurata di molti rivolgimenti storici. È sulla spinta dei cambiamenti climatici che gli uomini hanno traversato, nel corso dei millenni, l’Europa e le steppe della Siberia, per poi arrivare in America. Il clima ha spinto l’umanità a modificare il proprio stile di vita, spingendola verso l’agricoltura e l’abbandono della condizione di cacciatori-raccoglitori. Al tempo stesso i cambiamenti climatici hanno determinato, attraverso inondazioni e siccità, il crollo di regni ed imperi: dagli Ittiti ai Maya, dall’Egitto all’antica Roma, intere civiltà sono state messe in ginocchio dalle bizze del clima.

Il libro non si limita a guardare indietro, però. In tempi di riscaldamento globale e cambiamenti seguenti, l’autore è molto scettico sulla capacità di adattarsi della nostra civiltà:

“Climate has helped civilization, but not by being benign. The unpredictable whims of the Holocene stressed human societies and forced them to either adapt or perish[…]The collapse often came as a complete surprise to rulers and elites who believed in royal infallibility and espoused rigid ideologies of power.

There is no reason to assume that we’ve somehow escaped this shaping process. Agriculture is less visible to us now – the number of people growing food has shrunk from 90 percent of labour force in Europe five hundred years ago to less than 3 percent in the US today – but we still need to eat. And now our vulnerability extends far beyond just growing food: our crowded coastlines with densely packed high-rises and apartment of finance and scholarship and entertainment, are beholden to the world’s climate in ways both obvious and hidden. Like many civilizations before us, we’ve simply traded up in scale, accepting vulnerability to the big, rare disaster in exchange for a better ability to handle the smaller, more common stresses, such as short term droughts and exceptionally rainy years.

But if we’ve become a supertanker among human societies, it’s an oddly inattentive one. Only a tiny fraction of the people on board are engaged with tending the engines. The rest are buying and selling goods among themselves, entertaining each other or studying the sky or the hydrodynamics of the hull. Those on the bridge have no charts or weather forecast and cannot even agree that they are needed; indeed, the most powerful among them subscribe to a theory that says storms don’t exist, or if they do, their effects are entirely benign, and the steepening swells and fleeing albatrosses can only be taken as a sign of divine favor. Few of those in command believe the gathering clouds have any relation to their fate or are concerned that there are lifeboats for only one in ten passengers. And no one dares to whisper in the helmsman’s ear that he might consider turning the wheel.”

Troppo pessimista? Leggete il parere del buon Brian su New Orleans:

“The battle to control the river never ceases, for a breach upstream is always possible and the awesome power of of the flooding water can break out anywhere. For the moment, the Corps believes the river is contained. But given the right combination of heavy snow and much higher than average rainfall, there is a real chance that the Mississipi will follow its own will and shift course to the Atchafalaya, as it obviously wants to do[…]Today the fate of a city of a million people and many billions of dollars of infrastructure depends on our control of half a continent’s worth of increasingly restless river water. New Orleans is safe against the flood that comes once every hundred years. As for the thousand-year flood or the ten thousand-year flood or the ten-thousand-year one, we can only hope for the best”

Il libro è uscito a fine 2004, Katrina arriverà pochi mesi dopo: e se per una volta ascoltassimo Cassandra?

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Il buono dell’economia – L Zingales G Salvini

domenica 16 maggio 2010 Pubblicato da tfrab 2 commenti

zingsalv Etica e Mercato, di solito, sono una coppia che fatica ad andare d'accordo. Aggiungeteci un certo uso strumentale dell'etica applicata all'economia, e pensare di pubblicare qualcosa di sensato può sembrare velleitario. Eppure Luigi Einaudi scriveva:

"Tutti coloro che vanno alla fiera (quella di campagna, un'immagine che Einaudi utilizza per spiegare cos'è il mercato) sanno che questa non potrebbe aver luogo se, oltre ai banchi dei venditori i quali vantano la bontà della loro merce, ed oltre alla folla dei compratori che ammira la bella voce, ma prima vuole prendere in mano le scarpe per vedere se sono di cuoio o di cartone, non ci fosse qualcos'altro: il cappello a due punte della coppia di carabinieri che si vede passare sulla piazza, la divisa della guardia municipale che fa tacere due che si sono presi a male parole, il palazzo del municipio, con il segretario ed il sindaco, la pretura e la conciliatura, il notaio che redige i contratti, l'avvocato cui si ricorre quando si crede di essere a torto imbrogliati in un contratto, il parroco, il quale ricorda i doveri del buon cristiano, doveri che non bisogna mai dimenticare nemmeno alla fiera". Insomma regole, principi e istituzioni.

Le premesse per parlare con cognizione di causa di etica e mercato, quindi, ci sono. Giampaolo Salvini è un bell'esponente di quella Chiesa capace di confrontarsi con la modernità e la secolarizzazione sforzandosi di capire il mondo che la circonda senza perdere la dimensione profetica propria del Cristianesimo. Luigi Zingales è un economista liberale capace, per quanto emerge dal dialogo, di un pensiero originale ed interessante. L'unico difetto del libro è una certa tendenza a vagare qua e là, senza arrivare ad una vera sintesi. Eppure qualche riflessione interessante si coglie, e ripaga l'investimento, non elevatissimo, in tempo e soldi. Visto quanto successo di recente qui in Europa mi sento di sottoscrivere questo:

"L'etica, dunque, va praticata più che predicata.E non possiamo illuderci che basti richiamarsi ad essa per uscire più forti dalla crisi. Anzi, forse, stiamo correndo il rischio opposto: come ha osservato il direttore editoriale dell'Institute of Economic Affairs, Philip Booth, «non è facile distinguere un comportamento etico da uno non etico quando i governi distorcono il funzionamento dei mercati» (per esempio, applicando la regola del too big to fail, o creando «incentivi alle banche per comportarsi incautamente»). «Il comportamento etico - insiste Booth - può promuovere, anzi promuoverà, mercati più stabili ed efficaci. Il problema è che quando i governi interferiscono, e nella misura in cui l'hanno fatto finora, non possiamo sapere quale comportamento crei ricchezza e quale comportamento alimenti il boom»”

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C’è grossa crisi

lunedì 10 maggio 2010 Pubblicato da tfrab 0 commenti

toomuchdebt

L’idea di fare ulteriore debito per sanare quello accumulato è probabilmente poco sensata. Lo spiegano benissimo Mario Seminerio, Michele Boldrin e Antonio Martino, che giustamente fa notare:

“Einaudi era consapevole che la causa fondamentale dell’instabilità monetaria risiede nella “monetizzazione del debito”, nella possibilità cioè degli Stati di finanziare le proprie spese con l’inflazione, e vedeva nell’Europa monetaria la soluzione del grave problema. Se la politica monetaria è affidata a una banca centrale autonoma, i singoli Stati non potranno più finanziare le loro spese creando quattrini, cioè inflazionando la propria moneta. Era questa l’ispirazione anche dei fautori delle regole del Trattato di Maastricht: la Bce in base ad esse non può “venire in soccorso” di uno Stato in gravi difficoltà finanziarie acquistandone quei titoli di debito che non riesce a collocare sul mercato. La decisione dell’Ecofin di creare un ”fondo anticrisi” […] autorizza di fatto la monetizzazione del debito a livello europeo, annullando il pilastro sul quale si sarebbe dovuta basare la stabilità dell’euro e rendendo possibile a livello europeo quell’inflazione che ha caratterizzato in varia misura la sovranità monetaria nazionale.”

Ora signori, se proprio si deve monetizzare, credo vada presa nella giusta considerazione questa proposta assolutamente geniale, anzi facciamo LibertyFirst ministro dell’Economia, comunque vada non sarà peggio di Tremonti :-D

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If you want to succeed, double your failure rate

sabato 1 maggio 2010 Pubblicato da tfrab 0 commenti

"The cord that tethers ability to success is both loose and elastic. It is easy to see fine qualities in successful books or to see unpublished manuscripts, inexpensive vodkas, or people struggling in any field as somehow lacking. It is easy to believe that ideas that worked were good ideas, that ideas and plans that did not were ill conceived. And it is easy to make heroes out of the most successful and to glance with disdain at the least. But ability does not guarantee achievement, nor is achievement proportional to ability. And so it is important to always keep in mind the other term of the equation - the role of chance"

 

(Leonard Mlodinow- The Drunkard’s Walk)

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La partita di basket più bella di sempre

venerdì 26 marzo 2010 Pubblicato da tfrab 0 commenti

È stata giocata nel 1992, ed è durata cinque, meravigliosi, minuti. Purtroppo non abbiamo testimonianze video, solo il racconto dei pochissimi che ebbero la fortuna di assistervi.

On Wednesday, July 22, the West (Magic, Drexler, Robinson, Malone and Barkley) lined up opposite the East (Bird, Jordan, Pippen, Ewing, Mullin*, and Laettner) for an in-practice scrimmage. Magic, feeling particularly spry, sparked his team to an early 14-2 advantage with a dazzling display of artistic passes: after driving to the hole, he sneered good-naturedly, “Hey, M.J., you better get with it”

Jordan’s fist clenched. He called for the ball, drove to the basket, elevated, then dunked it trough.

“That good enough for you?” he said.

Pippen immediately perked up when saw Jordan’s suddenly glowering visage.

“Y’all have done it now”, Pippen said, grimming.

Jordan swarmed the West team with traps and full-court pressure. He jumped the passing lanes, knocked down one-handed slams, pushed Magic off the block, and hit fadeaways, barking at the West’s suddendly impotent squad as he continued his scoring rampage. Within minutes, the score was tied. Johnson, rankled by the calls (or no calls) of the coaching staff, complained, “It’s like I’m in Chicago Stadium! They moved it to Monte Carlo!”

“Welcome to the 90’s” Jordan retorted.[…]

When the “regulation” scrimmage ended in a tie, both Jordan and Johnson instructed their respective teams to remain on the floor.

“We’re going again” Jordan said.

“No,” Daily interjected “We don’t need any more injuries.”

For the first and only time, the players ignored Daly’s pleas. Five more minutes of high-octane basketball followed, with Ewing and Robinson grinding in the post, Barkley and Malone wrestling for the boards, Bird angling for the perimeter dagger, and Magic controlling tempo. Yet it was Jordan who had the last word, with a melodious display of basketball trickery that Gavitt would later mantain was the most amazing five minutes of basketball he’d ever seen. […]Jordan recalled[…]”It was the most fun I’ve ever had playing basketball”

* questo è chiaramente un errore: Mullin giocava a Golden State, quindi sarebbe dovuto scendere in campo con l’Ovest. Inoltre Barkley era nelll’estate di passaggio Philadelphia-Phoenix, probabile fosse schierato ad est. Così i due quintetti sono meglio assortiti, e si può immaginare il duello Malone-Barkley di cui si parla in seguito.

(Brano tratto da “When the game was ours”)

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I would prefer not to

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Ho capito, anche quest’anno si vota alla Bartleby

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