Asce di Guerra - Wu Ming
"Certi uomini sono quello che i tempi richiedono. Si battono, a volte muoiono, per cose che prima di tutto riguardano loro stessi. Compiono scelte che il senno degli altri e il senno di poi stringono nella morsa tra diffamazione ed epica di stato. Scelte estreme, fatte a volte senza un chiaro perché, per il senso dell'ingiustizia provata sulla pelle, per elementare e sacrosanta volontà di riscatto.
La retorica degli alzabandiera e la mitologia istituzionale offrono una versione postuma e lineare della storia. Ma la linearità e l'agiografia non servono a capire le cose. Le frasi fatte e le formule ripetute dai palchi, come dai pulpiti, coprono la rabbia, lo sporco e la dinamite, consegnando al presente quello che chiede. Scavare nel cuore oscuro di vicende dimenticate o mai raccontate è un oltraggio al presente. Un atto spregiudicato e volontario. Le storie non sono che asce di guerra da disseppellire."
L’inizio è un filo retorico, ma Wu Ming scrive bene, e glielo si può perdonare. Asce di guerra è un libro nato dall’incontro del gruppo di scrittori con Vitaliano Ravagli. Partigiano comunista, incapace di adattarsi ai compromessi dell’Italia del dopoguerra, Vitaliano ha scelto la strada più difficile, andando a combattere in Indocina contro i colonizzatori che all’epoca stavano battendo in ritirata. La sua storia, romanzata, è la base di una delle trame principali, di sicuro quella meglio riuscita. Il punto di vista “dal basso” del protagonista si alterna con la storia, e la politica internazionale, di quegli anni. A fare da filo conduttore è l’indagine di un giovane avvocato, che cerca di ricostruire gli eventi, muovendosi attraverso la società italiana contemporanea.
Che rimane finito il libro? Anzitutto l’impressione che in Italia di gente che scrive meglio di Wu Ming ce ne sia davvero poca. “Scavare nel cuore oscuro di vicende dimenticate” è un obiettivo raggiunto pienamente: il giro con Vitaliano attraverso i “sentieri dell’odio” è appassionante, ed è facile immedesimarsi con la rabbia nata dalle ingiustizie e gli orrori subiti. Eppure, se è immediato simpatizzare con i partigiani descritti del libro, e con la loro sete di giustizia, mi pare ci sia una grossa omissione nel racconto. Il mondo contro cui Ravagli e i suoi hanno combattuto è stato responsabile di molti orrori, ed è probabile che anch’io mi sarei battuto contro fascisti e nazisti. Ma l’alternativa che i comunisti avevano in mente, negli anni a venire, non si è dimostrata molto meglio, e queste considerazioni sono assenti, fatta eccezione per una breve postilla a fine libro. Non è necessariamente un grande difetto: l’intento del libro è raccontare la storia volutamente da una parte, cercando di scavalcare “le frasi fatte e le formule ripetute dai palchi”. E su questo non si può che applaudire il risultato.
Scusate il disagio
Haloscan mi ha lasciato a piedi. Ha detto che gli devo dieci dollaroni l’anno oppure niente commenti. Tirchio come sono ho detto di no, e mi sono ritrovato con un mesto file XML e tanti saluti. Per ora i commenti ai singoli post non ci sono più ci sono, ma spariranno presto, nell’attesa che qualcuno trovi il sistema per rimetterli dove stavano, oppure Blogger graziosamente provveda.
UPDATE (23.XII.09) commenti spariti, in attesa che DISQUS si decida a funzionare. Sto facendo anche qualche esperimento col template del blog, non vi spaventate :-)
Secondo Sky quanti erano i fratelli Marx?
Capito per caso su “Good Morning Vietnam”, trasmesso stasera da SKY. Metto la lingua inglese, per godermi Robin Williams non doppiato, e siccome non sono proprio madrelingua aggiungo i sottotitoli a mo’ di stampella. Sono abituato che i sottotitoli non siano precisissimi, ma a tutto c’è un limite.
Se un ufficiale perplesso paragona il DJ che sta ascoltando a Zeppo Marx (che dei famosi fratelli era quello meno noto e quasi subito sparito dalle scene) che bisogno c’è di tradurlo come Karl? Che senso ha? E vi assicuro che in pochi minuti di film almeno la metà dei sottotitoli erano “libere interpretazioni” del testo originale. Ma a SKY qualcuno controlla che sottotitoli gli vendono? La prossima volta gli conviene scaricarseli da opensubtitles.org: vengono via gratis e li fanno meglio…
Why England Lose: and Other Curious Phenomena Explained – S Kuper e S Szymanski
“Cultures are not eternal and unalterable. when they have an incentive to change they can change”
Una frase che si può sicuramente sottoscrivere, con buona pace dei tanti che non si rassegnano ai grandi cambiamenti dei nostri tempi. Qual è però il grande incentivo a cambiare? In questo caso Il football, probabilmente lo sport più popolare del momento. Portato in giro per il mondo dagli inglesi, il secolo scorso, e dalla recente ondata di globalizzazione, l’impatto sulle nostre vite di questo gioco è stato incalcolabile.
Kuper e Szymanski, però, da bravi economisti, hanno deciso che due conti bisognava farli e hanno tirato fuori un libro delizioso: Why England Lose: and Other Curious Phenomena Explained. Il gioco del calcio, visto così, è decisamente più interessante di quanto ce lo racconti la stampa italiana. Le squadre di calcio non sono affatto un business, ma piuttosto somigliano a delle associazioni culturali o benefiche. I presidenti sono i moderni mecenati, e le loro società sono, per certi aspetti, l’equivalente moderno delle cattedrali medievali. Del resto le varie competizioni più che portare soldi e lavoro portano un bene più prezioso, e meno tangibile: la felicità.
I dati, infatti, parlano di una marcata riduzione dei suicidi in corrispondenza di europei e coppe del mondo. Il calcio crea socialità, aggregando anche le categorie storicamente meno interessate, ad esempio le donne. In effetti ripercorrendo l’albo d’oro della Coppa Campioni rivediamo la storia d’Europa. Dal Real Madrid, veicolo di propaganda della dittatura franchista, arriviamo alle città densamente industrializzate, come Monaco, Torino, Milano o Manchester. Proprio lì sono nati club più importanti, dando radici in luoghi così stranieri ai tanti immigrati. Dopo il periodo dell’economia europea frammentata e poco aperta ai mercati, che generava delle piccole isole “autarchiche” come Gladbach o Nottingham, il futuro è probabilmente delle grandi capitali. Oggi Londra, con Arsenal e Chelsea, domani Instanbul, Parigi e, se il paese non collasserà prima, anche Mosca.
Si chiude con un giro fuori dall’Europa, accompagnati dal giramondo Gus Hiddink. Vediamo la Corea del Sud affacciarsi sulla ribalta internazionale, e scopriamo il difficile momento di transizione di Iraq e Sud Africa. Per i “Leoni della Mesopotamia”, se il paese sopravviverà alle attuali difficoltà, c’è un futuro da possibile grande potenza calcistica. Per i Bafana Bafana è il momento di transizione dall’apartheid e dalla devastante epidemia di AIDS. Non so molto di quel paese, eppure considerate questo brano, intitolato “A beast into a toothpick” e ambientato a Cape Town:
“George Dearnaley is a big ruddy white man who looks like a rugby player, but in fact he was once the Bafana’s promising young centre-forward. Dearnaley never got beyond promising, because when he was in his early twenties his knee went. He didn’t mind much. He spoke a bit of Zulu, and had studied literature and journalism at college in Toledo, Ohio, and so he oined the football magazine Kick Off. Now he is the publisher as well tha author of an excellent column. Over an English breakfast in a Cape Town greasy-spoon near the Kick Off offices, Dearnaley reflected on the Amazulu team in Durban where his career peaked. Seven of his teammates from the Amazulu side of 1992 were now dead, out of a squad of about 24. Dearnaley said “one guy died when his house exploded, so that probably was a taxi war or something. But the rest must have been AIDS. One player, a Durban newspaper said he was bewitched. A six foot four (1.93 m) beast of a man, who was suddendloy whittled down to a toothpick.” Costantinou (un medico e ricercatore intervistato – ndFAU) says it’s quite possible thath a fifth of the Bafana’s potential pool of players of 2010 carries the HIV virus. How many South Africans who could have played in 2010 will be dead instead?”
non c’è dentro, a ben guardare, tutto il Sudafrica di oggi? Ad ogni modo una cosa è certa: il mondo sta cambiando velocemente e l’Europa, se non porterà a termine con successo la sua integrazione, è destinata a recitare un ruolo di secondo piano. Non serve seguire la politica internazionale: basta sintonizzare la TV sulla Coppa del Mondo di calcio.
Ancora su vaccini e nuova influenza
La campagna di vaccinazione si basa su una valutazione di risk assessment fatta propria da tutti i paesi industrializzati con l'intenzione di ridurre drasticamente il tasso cumulativo di attacco e di riportare la pandemia nel novero delle influenze stagionali. Questo piano non si è concretizzato nei fatti per i ritardi nella produzione del vaccino, per una scarsa propensione all'immunizzazione da parte dei medici e soprattutto perché molti di loro hanno sconsigliato la vaccinazione ai loro pazienti anche se facevano parte di una categoria a rischio (peraltro si tratta di un caso unico fra i paesi industrializzati dove le policies sanitarie le fanno i Ministeri competenti)". "Arriveremo quindi al picco pandemico - nel frattempo abbiamo già superato i valori di diffusione dell'influenza 2004-2005 che è stata la più severa dal 1999 ad oggi - con una copertura vaccinale modestissima. All’inizio di questa settimana risulta che siano state distribuite 2,5 milioni di dosi di vaccino, ma gli immunizzati sono poco più di 80.000. Questo per dire che chi si doveva vaccinare non lo ha fatto e chi ne aveva intenzione non ha potuto farlo. E' probabile che tutto questo fosse fra gli esiti possibili, ma c'è da rilevare che a differenza di quanto fatto in Francia, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti da noi il vero tallone d'Achille della gestione è stato la mancata e tempestiva diffusione dei dati scientifici già disponibili in letteratura dopo la prima ondata estiva, l’unico strumento per una valutazione razionale delle contromisure da prendere".
Tutto sull’H1N1 (hat tip Gravità Zero) sul nuovo sito DarwinFlu. Da segnalare uno splendido articolo di Dario Bressanini, in particolare le considerazioni finali:
La “risposta standard” di queste settimane è “questa influenza non è peggio di una normale influenza stagionale”. Vogliamo riflettere meglio su questa frase? Si stima che qualche migliaio di persone ogni anno muoia per le complicazioni derivanti dall’influenza stagionale. Qualcuno dice 5000, qualcuno 8000. Vi sembrano poche? Quando diventano “accettabili” 5000 morti? Sono “spendibili” solo perché nella grande maggioranza sono anziani? Quanti di questi anziani hanno, magari, contratto l’influenza proprio in ospedale o dal medico? Quanti non avrebbero contratto la malattia se chi gli è stato intorno si fosse vaccinato?
In altre parole, quanti di quei 5000 sono morti evitabili? E ora che questa pandemia H1N1 attacca maggiormente giovani e bambini, sono ancora “accettabili” perché tanto “è come una normale influenza” ? Ci può consolare sapere che “tanto i morti avevano già delle malattie” ? Insomma “io sono sano, che gli altri si fottano” ? Io mi sentirei più tranquillo se il pediatra dei miei figli si fosse vaccinato, voi no? Oppure vi turbate solo considerando che 3 morti su 53 non avevano malattie, erano “sani” insomma?
Al medico che dice “se non mi sono mai vaccinato per la stagionale che uccide molte più persone, perché dovrei vaccinarmi per la suina?” suggerirei magari di considerare l’idea di iniziare a fare anche il vaccino stagionale. Non protegge completamente ma riduce comunque la possibilità di contagio e di trasmissione ai suoi pazienti. “Primo non nuocere”.
Libertà e responsabilità sono solo parole vuote? Se i medici scelgono liberamente di non vaccinarsi, perché dovrebbero essere i pazienti a pagare per le loro scelte egoiste? Davvero è giusto che non subiscano conseguenze? E se un vostro caro morisse per essersi beccato l’H1N1, o anche la solita influenza, in un reparto ospedaliero in cui i medici e gli infermieri non si sono vaccinati, non vorreste percorrere le vie legali?
Dove si discute di squalene, thiomersal e palafitte
Sto cercando di contare quante siano le persone in Italia che non abbiano dato di matto a causa del virus A H1N1. La prima è Anna Meldolesi, che ha seguito la pandemia fin dall’inizio. Un altro è, come prevedibile, Silvio Garattini, intervistato dal Giornale qualche tempo fa.
Per il resto è tutto un fiorire di complotti, allarmi sulla pericolosità dello squalene e del thiomersal. Che ci fosse agitazione sullo squalene lo ignoravo; in realtà secondo la pagina di wikipedia la voce risale a dopo la prima guerra in Iraq. Per noi italiani lo squalene non sarebbe una novità, trattandosi di uno dei componenti dell’olio d’oliva. Fosse davvero così pericoloso saremmo tutti morti da un pezzo. L’obiezione più frequente al mio ragionamento è che inoculato direttamente in vena possa provocare chissà quali disastri, iperstimolando la risposta immunitaria. In realtà, come riportato dalla giornalista Helen Branswell, si tratta della solita leggenda metropolitana:
Q: Isn’t squalene dangerous? Didn’t it cause Gulf War Syndrome?
A: No and no.
It may have a nasty sounding name, but we all have squalene (pronounced SKWAY-lean) in our bodies. We need it to synthesize cholesterol and steroid hormones. And the stuff is ubiquitous — it is found in all animals, in plants, and in a variety of foods, cosmetics, over-the-counter drugs and health supplements, according to the World Health Organization.
“It is part of our natural metabolism that allows us to make the kinds of molecules that enable us to survive,” says Dr. Paul Offit, an immunologist and vaccine expert at Children’s Hospital of Philadelphia.
“Take squalene out of your body, and you die. Take squalene out of Girl Scout cookies and they don’t taste as good.”
As for the supposed Gulf War Syndrome link, it isn’t true.
The claim is that anthrax vaccines given to U.S. soldiers fighting in the Gulf War contained squalene and generated anti-squalene antibodies that triggered disabilities. But the vaccines given to those troops did not contain squalene, the WHO and others have reported.
And a study published in 2006 showed that anti-squalene antibodies can be found in the blood of people who have never been vaccinated with a vaccine containing squalene.
“The objective scientific evidence is that these things are safe. That they are not linked with Gulf War Syndrome. That they don’t promote autoimmune disease. That’s what the objective scientific evidence says. But it’s not what you read on the blogs and on the Internet,” Wood says.
Il thiomersal invece è una vecchia bufala, nota a chi mastichi un po’ l’argomento. Si tratta di un composto simile al metilmercurio, quello sì tossico e con la tendenza a bioaccumularsi. Che all’inizio si sia pensato ad investigare sull’inquietante similitudine è condivisibile, ma dopo decenni di ricerca, e qualche gazillione di vaccini che non hanno evidenziato problemi relativi al mercurio, si dovrebbe considerare la questione chiusa. Non fosse altro che alternative non ce ne sono molte, secondo l’OMS:
Some national public health authorities are striving to replace thiomersal-containing vaccines as a precautionary measure. There is currently no evidence of toxicity from mercury contained in vaccines. There are only a few tested, efficacious and safe alternatives to thiomersal-containing vaccines. Current production capacity for such vaccines is limited and insufficient to cover global needs.
Certo, se c’è gente che pensa che non siamo mai andati sulla luna o che il WTC sia venuto giù chissà come, le possibilità di far comprendere quattro concetti basilari di biochimica sono vane. Mi verrebbe voglia di invitare tutti i complottisti a recitare il mantra “l’evoluzione non è un pranzo di gala”, eppure la questione è più sottile. Perché è così difficile riuscire a comunicare la scienza? Perché, con tutto l’avanzamento tecnico e scientifico del secolo scorso ancora siamo ad un atteggiamento schizofrenico verso la medicina?
“Da una parte fideistico, per cui si allentano le regole igieniche presumendo che vi sia una medicina per tutto; dall’altra fobico, perché ognuno capisce che nessun farmaco è completamente innocuo, motivo per cui molti si rivolgono alle erbe, convinti che ciò che è naturale sia anche buono. Peccato che un estratto vegetale contenga migliaia di sostanze chimiche”(dall’intervista a Garattini)
Evidentemente qualcosa è andato storto, nella corsa al progresso scientifico molta gente è rimasta indietro. Sempre colpa del popolo bue ed ignorante? O magari è la scienza che si deve interrogare sul rapporto con il resto del mondo?
“Dunque la base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di "assoluto". La scienza non posa su un solido strato di roccia. L’ardita struttura delle sue teorie si eleva, per così dire, sopra una palude. È come un edificio costruito su palafitte. Le palafitte vengono conficcate dall’alto, giù nella palude: ma non in una base naturale o "data"; e il fatto che desistiamo dai nostri tentativi di conficcare più a fondo le palafitte non significa che abbiamo trovato un terreno solido. Semplicemente, ci fermiamo quando siamo soddisfatti e riteniamo che almeno per il momento i sostegni siano abbastanza stabili da sorreggere la struttura.”
Ecco, il giorno che buona parte del mondo scientifico si ricorderà di vivere su una banalissima, e precaria, palafitta, e che c’è bisogno del resto dello scibile umano per vedere oltre il fango e la nebbia del mondo, allora, forse, supereremo questa frattura, e riusciremo a costruire sulle nostre precarie fondamenta qualcosa di buono.



